IL RITORNO ALLA PELLICOLA

(Evoluzione dell’anima fotografica)

C’è un momento, nella vita di ogni fotografo, in cui la tecnologia smette di essere una sfida e torna a essere uno strumento.
È allora che si riscopre il valore del tempo.

Riprendere in mano una Hasselblad, dopo decenni di digitale, non è un ritorno al passato: è un ritorno alla sorgente.
Alla luce che si misura con calma, al gesto che si pensa prima di compiersi, al suono secco dell’otturatore che ti ricorda che ogni scatto è unico e irripetibile.

Sviluppare il negativo o la dias, non è solo un processo tecnico: è una forma di meditazione visiva.
Ogni fase — dal miscelare i chimici al lavaggio finale — diventa un dialogo tra materia e coscienza.

La pellicola insegna l’attesa, il limite, la scelta consapevole.
Ti costringe a guardare davvero, a previsualizzare, a respirare prima di scattare.
E quando, dopo lo sviluppo, la luce dell’ingranditore attraversa quel piccolo quadrato d’argento, capisci che la fotografia non è mai stata solo immagine: è esperienza fisica dell’anima.

Ma so che la vera stampa tornerà su carta fotografica vera, quella che si tocca, che riflette la luce e restituisce la sostanza del tempo.

Il ritorno all’analogico, per me, non è nostalgia.
È un passo avanti.
Un modo per ricordare che la fotografia non è questione di tecnologia, ma di coscienza visiva.
E che solo chi ha conosciuto la pellicola può davvero comprendere la profondità del pixel.

L’immagine che propongo, fu realizzata molti anni fa a Firenze, Uffizi, con Hasselblad CM ed obbiettivo Sonnar 150, utilizzando dias colore kodak, sviluppata da me e successivamente anche stampata sulla mitica carta Cibachrome. Un’immagine che tuttora è la home page del mio sito

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