PLASTICA, MEMORIA E LIBERTÀ: LA PSICOPOLITICA DELL’INQUINAMENTO NEURONALE
L’articolo di Marta Zaraska (divulgatrice scientifica) pubblicato su Internazionale il 30 maggio 2025, intitolato “La plastica dà alla testa”, ha suscitato notevole interesse nella comunità scientifica, che spesso ignora il fenomeno, per le sue affermazioni riguardanti gli effetti delle microplastiche sul comportamento animale e umano. Per approfondire queste affermazioni, ho esaminato gli studi scientifici citati e non solo, che offrono un quadro dettagliato e preoccupante sugli impatti delle microplastiche sulla cognizione e sul comportamento attraverso diverse specie. Fermo restando che non si può comparare del tutto una risposta in organismi diversi, si può tuttavia, allo stato dell’arte, parlare di “tendenze” o “incidenze”. Giusto preoccuparsi di vaccini, di pesticidi, di scarichi dell’auto, di inquinanti vari, ma l’effetto delle microplastiche potrebbe essere molto più dannoso di tutto ciò che ho elencato.
Paguri e scelte compromesse
Uno studio condotto da Andrew Crump e colleghi presso il Royal Veterinary College ha esaminato gli effetti dell’esposizione a microplastiche sui paguri (Pagurus bernhardus). Dopo cinque giorni di esposizione a microsfere di polietilene, i paguri mostravano una ridotta capacità di scegliere conchiglie adeguate, preferendo spesso opzioni meno adatte rispetto ai controlli non esposti. Lo studio, pubblicato sulla rivista Biology Letters della Royal Society nel 2020, ha utilizzato un disegno sperimentale controllato, esponendo i paguri a un substrato contaminato da microplastiche e misurando poi le loro scelte in un contesto ecologico simulato. I risultati mostrano un alterato processo decisionale che gli autori associano a una possibile interferenza neurocomportamentale causata dalle microplastiche (https://royalsocietypublishing.org/…/10…/rsbl.2020.0030).
Trota iridea e comportamento aggressivo
Uno studio condotto da Seong-Ki Kim e colleghi presso la Daegu University in Corea del Sud, pubblicato nel 2022 su Chemosphere, ha investigato in dettaglio l’effetto delle particelle di polistirene sulla trota iridea (Oncorhynchus mykiss). L’esperimento ha previsto l’esposizione per otto settimane a concentrazioni controllate di microplastiche. I pesci hanno mostrato un aumento significativo di comportamenti aggressivi nei confronti di altri esemplari e una riduzione dell’interazione sociale. Gli autori hanno condotto test su apprendimento e memoria, osservando che l’esposizione prolungata comprometteva la capacità dei pesci di adattarsi a nuovi compiti. Inoltre, attraverso analisi istologiche e imaging cerebrale, le particelle di polistirene sono state rilevate nel cervello degli animali, indicando che erano riuscite a oltrepassare la barriera ematoencefalica. I ricercatori ipotizzano che il polistirene agisca come interferente neurologico, inducendo infiammazioni locali e disfunzioni sinaptiche che si riflettono sul comportamento osservato. L’articolo, accessibile su ScienceDirect, offre una delle prime prove dirette di neurotossicità delle microplastiche nei vertebrati acquatici (https://www.sciencedirect.com/…/pii/S0045653522020259).
Topi e ansia
Uno studio condotto nel laboratorio di Evangelos Daskalakis presso l’Università di Creta e pubblicato su Particle and Fibre Toxicology nel 2023, ha esposto per trenta giorni gruppi di topi a nanoparticelle di plastica. I risultati sono stati inequivocabili: alterazioni della microglia cerebrale, segni consistenti di neuroinfiammazione, disturbi comportamentali in linea con stati di ansia patologica e deficit cognitivi. Attraverso tecniche di immunoistochimica e imaging avanzato, il team ha osservato che le nanoparticelle erano effettivamente penetrate nella barriera ematoencefalica, interagendo con i processi neuroimmunitari centrali. Ciò suggerisce un effetto sistemico delle microplastiche non solo su base metabolica ma direttamente sulle strutture neuronali profonde. I topi hanno inoltre evidenziato una maggiore compulsività nei test di esplorazione, un sintomo compatibile con l’instaurarsi di sindromi da ipereccitabilità limbica. Le implicazioni di questo studio sono rilevanti: la plastica non solo contamina l’ambiente, ma modula direttamente il comportamento, erodendo le fondamenta neurofisiologiche dell’adattamento e della sicurezza psicologica (https://particleandfibretoxicology.biomedcentral.com/…).
Moscerini della frutta e alterazioni sinaptiche
Uno studio fondamentale pubblicato nel 2022 su Environmental Pollution da Zhu et al. ha esplorato l’impatto delle microplastiche su Drosophila melanogaster, organismo modello largamente utilizzato in genetica e neuroscienze. I moscerini sono stati alimentati con un substrato contenente particelle di polistirene fluorescenti per dieci giorni consecutivi. Le microplastiche si sono accumulate nel tratto gastrointestinale e nel sistema nervoso centrale. Attraverso test comportamentali (come il courtship conditioning e il T-maze learning), è stato osservato un calo netto della capacità di apprendimento e memoria. Le analisi molecolari successive hanno rivelato alterazioni significative nell’espressione genica legata alla sinaptogenesi, disfunzioni nella trasmissione colinergica e riduzione della densità delle spine dendritiche nel cervello. È emerso anche un aumento dello stress ossidativo e dell’apoptosi neuronale. I risultati indicano con chiarezza che le microplastiche sono capaci di indurre neurodegenerazione precoce in un modello eucariotico. Questo studio rappresenta uno dei più completi finora condotti su organismi semplici e contribuisce a rafforzare l’ipotesi che l’esposizione plastica quotidiana stia erodendo, silenziosamente, le basi biochimiche dell’intelligenza animale e forse anche umana (https://www.sciencedirect.com/…/pii/S0269749122013062).
una questione sistemica
Non ci troviamo più solo davanti a un inquinante ambientale. Le microplastiche stanno mostrando effetti sistemici, neurotossici e comportamentali su una varietà di specie, inclusi i mammiferi. Ma ciò che l’articolo di Marta Zaraska su Internazionale ci costringe a guardare, e che la comunità scientifica non può più ignorare, è la portata politica di questi effetti. Non siamo più di fronte a una semplice contaminazione biologica, ma a una vera e propria destabilizzazione neuroecologica, che coinvolge le basi stesse della socialità e della cognizione.
I dati sul passaggio delle microplastiche attraverso la barriera ematoencefalica, sulla neuroinfiammazione, sull’alterazione del comportamento sociale e decisionale sono inequivocabili. Eppure, nessuna autorità sanitaria sovranazionale ha ancora dichiarato un’emergenza regolativa in materia. Eppure, i prodotti da imballaggio plastico continuano a dominare la filiera alimentare. Eppure, l’esposizione è universale, ubiquitaria, intergenerazionale.
È dunque il tempo di una riflessione epistemologica e politica. Perché una società che altera involontariamente la propria capacità collettiva di apprendimento, di legame e di empatia è una società che si sta disinnescando dall’interno. I dati emersi suggeriscono che microplastiche siano state trovate nel latte materno, nel sangue, nelle placente e persino nei testicoli umani. Uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology ha stimato che un adulto possa ingerire o inalare fino a 5 grammi di microplastiche a settimana, equivalenti al peso di una carta di credito. Altri studi parlano di oltre 50.000 particelle all’anno solo attraverso la dieta. E queste particelle si depositano ovunque: nell’aria delle nostre stanze, nell’acqua imbottigliata, nelle birre, nel sale marino. Serve quindi un’accelerazione drastica nella normativa, una riconversione delle industrie, una messa in discussione radicale dell’antropologia consumista. E soprattutto, serve un patto di conoscenza e consapevolezza tra scienza, filosofia e cittadinanza: per difendere, oggi, la nostra libertà mentale dalle insidie invisibili di un sistema che abbiamo reso neurotossico senza saperlo.