L’IMPOTENZA DI CHI ASSISTE. L’“ANIMA DEL MONDO” E LA GUERRA CHE CI GUARDA.

di Lavinia Marchetti

Il 13 ottobre 1806, Georg Wilhelm Friedrich Hegel scrisse una lettera al suo amico Friedrich Immanuel Niethammer, in cui descriveva l’impressione suscitata dalla vista di Napoleone a cavallo durante la sua permanenza a Jena. “Ho visto l’Imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina…”

Hegel era un uomo del suo tempo, e forse anche del nostro. Cercava nella storia un senso, nelle figure del potere il segno di una razionalità che guida gli eventi verso la libertà. Eppure, oggi quelle parole suonano amare. Perché dietro quell’“anima del mondo” c’era un ometto, alto un metro e sessantanove, che portava su di sé il destino di milioni di vite, e che nel corso delle sue guerre provocò la morte di oltre 3,5 milioni di persone. Una cifra che oggi si chiamerebbe crimine contro l’umanità.

Chi gli diede il diritto? Chi lo dà, ancora oggi, agli altri ometti della storia – da Putin a Netanyahu, da Biden a Zelensky, da chi bombarda scuole a chi firma decreti di spesa militare – di decidere per miliardi chi deve vivere e chi deve morire?

Il nostro senso di impotenza non nasce dal disinteresse, ma da una lacerazione più profonda: la consapevolezza di non poter mai fermare da soli un ordine che ci trascende, che produce guerra come forma di continuità, di redditività, di dominio.

Le guerre moderne – dalla Palestina all’Ucraina – non sono più eventi, sono ambienti. Sistemi che si autoalimentano, narrativi prima ancora che militari. E noi, cittadini connessi e impotenti, viviamo sospesi tra l’obbligo di sapere e l’impossibilità di agire. Non possiamo fermare i carri armati con una petizione. Non possiamo salvare bambini con un post. Non possiamo convincere il potere che il mondo non è suo.

E allora da dove viene questo vuoto? Dal fatto che, nel profondo, sappiamo che la storia non è fatta da individui eccezionali, ma da sistemi eccezionalmente indifferenti. Michel Foucault scriveva: “Il potere non agisce solo attraverso la legge o la violenza, ma attraverso la produzione del sapere e la gestione della paura.” Questo ci obbliga a un ripensamento radicale dei rapporti di dominio: non sono relazioni unidirezionali, bensì reticoli complessi e capillari, dispositivi che agiscono nei dettagli della vita quotidiana, nel modo in cui parliamo, mangiamo, ci curiamo, respiriamo l’aria del mondo. Il potere non si esercita solo dall’alto, ma si insinua nei gesti minimi, nelle strutture che definiscono ciò che è normale e ciò che è deviante, ciò che è visibile e ciò che resta nell’ombra.

La paura, in questo contesto, non è un effetto collaterale del potere: è la sua tecnologia più pervasiva. Agisce come un’organizzazione dell’affettività sociale, come una griglia emotiva che ci predispone alla resa, alla delega, all’accettazione dell’inevitabile. Paura della guerra, della povertà, della solitudine, del disordine: il potere la distribuisce strategicamente per creare soggetti cooperativi, silenziosi, complici. È questa paura modulata che ci fa accettare l’inaccettabile come necessario. E ci impedisce di immaginare, anche solo per un istante, che la realtà possa essere diversa.

A complicare tutto, c’è il magnetismo oscuro che molti uomini di potere esercitano. Da Hitler a Mussolini, da Stalin a Trump, da Xi Jinping a Putin: figure che, per quanto ideologicamente eterogenee, sanno incarnare un desiderio primario di ordine, forza, protezione, virilità e risentimento. Hannah Arendt ha mostrato come la solitudine e la frammentazione sociale siano le condizioni ideali per la nascita del totalitarismo: “Il soggetto ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’uomo per il quale la distinzione tra fatto e finzione, tra vero e falso, non esiste più”. E noi, nella nostra epoca satura di immagini e spoliticizzata nella coscienza, finiamo spesso per desiderare proprio quegli “ometti” che si presentano come padri assoluti, vendicatori dell’umiliazione collettiva.

Come ha scritto Wilhelm Reich in Psicologia di massa del fascismo: “Non è l’ideologia a generare il fascismo, ma la struttura caratteriale autoritaria dell’individuo medio”. Ecco perché, anche oggi, quando critichiamo i poteri dominanti, spesso finiamo per rifugiarci nel culto di un nuovo leader, in un’altra retorica, in un altro slogan. Perché il bisogno di autorità è più antico del nostro desiderio di libertà. Il potere, anche quello più violento, ci seduce perché promette fine all’angoscia. Ma quella promessa è sempre una menzogna.

Sigmund Freud, in una lettera a Albert Einstein del 1932, interrogandosi sulle origini della guerra e sulla passività dell’uomo civile, scriveva: “Tutto ciò che promuove lo sviluppo della civiltà lavora anche contro la guerra.” Eppure, davanti alla Prima Guerra Mondiale, Freud stesso confessava una sensazione paralizzante di impotenza: non poteva spiegare razionalmente quella regressione collettiva verso la distruttività. Aveva intuito che l’aggressività non è solo un’eccezione, ma una pulsione costitutiva del soggetto e della società. Così, di fronte all’irruzione del reale bellico, la ragione moderna resta nuda, disarmata, incapace di difendere le sue stesse promesse.

Questo è il cuore della nostra impotenza: sapere che il pensiero non basta. Che la storia non si ferma con l’indignazione. Ma anche Freud, pur immerso nella disperazione del suo tempo, ci ha lasciato una responsabilità: tenere acceso un lume interiore, uno spazio di parola e di analisi, contro la fascinazione dell’odio organizzato.

La domanda che tutti si fanno è: cosa possiamo fare? La verità è che la guerra, prima ancora di essere un fatto geopolitico, è un fatto interiore. Come ha scritto Simone Weil: “La guerra è fatta di uomini che hanno accettato interiormente la guerra”. La violenza sistemica, prima di diventare droni e artiglieria, è una grammatica che interiorizziamo nei gesti, nel linguaggio, nell’accettazione della gerarchia come naturale. È in famiglia, sul lavoro, nella scuola, nelle relazioni affettive, che impariamo a obbedire, a comandare, a dominare o soccombere. E in quel teatro quotidiano si decide se saremo parte del problema o di una minuscola resistenza.

L’unica risposta possibile comincia da lì: dalla capacità di decolonizzare il proprio immaginario, di disattivare dentro di sé i dispositivi di guerra che il potere ha installato come abitudini, come cinismo, come disillusione.

Eppure, nei commenti ai miei post, vedo spesso indignazione, rassegnazione, orrore davanti al genocidio, davanti alla violenza dei potenti. Ma appena sposto il discorso sul potere quotidiano, sui micro-abusi, sulle gerarchie interne alla vita comune, la critica impazza. Se in una manifestazione di centomila persone qualcuno scrive su un muro o rompe una vetrina, tutto il dibattito si sposta su quell’atto minimo di rottura, come se ogni altra forma di protesta non regolata dal potere stesso fosse illegittima. 

È come se l’unica resistenza accettabile fosse quella già prevista dal sistema che crea il problema. Ma la guerra è già in noi, e comincia da qui: da quanto siamo disposti a disobbedire anche nelle forme più sottili del dominio.