Ieri, camminando  per Milano, questa città che mi ha accolta, ma con mille premesse (avere abbastanza soldi per viverci), mi sono imbattuta in galleria in turisti tedeschi che maledicevano Cracco davanti a uno scontrino (in realtà erano ironici). Conosco bene il ristorante di Cracco. Ci passo davanti da anni. È nella Galleria Vittorio Emanuele II, nella Milano bene, una cattedrale di vetro e consumo dove ogni superficie è lucidissima e ogni volto sembra dire: “Io posso permettermelo”. Ma conosco bene anche le file alla Caritas, quelle che si snodano per due chilometri, silenziose, pudiche, mai fotografiche. Le conosco perché mi vergogno di vivere in una città in cui coesistono così violentemente questi due mondi. E la dissonanza cognitiva non è solo una categoria psichiatrica: è la cifra morale del nostro tempo.

Quando qualche settimana fa gli attivisti di Ultima Generazione hanno protestato nel ristorante di Cracco, rovesciando pomodoro sulle vetrate, molti hanno detto: “Retorica facile. Spettacolarizzazione”. E poi la risposta di default: “Nessuno ti obbliga ad andarci”. È qui che vorrei fermarmi. È qui che inizia il punto cieco, il non detto che regge l’intera struttura ideologica del privilegio contemporaneo.

“Nessuno ti obbliga ad andarci”.

È una frase che si vuole razionale, liberale, apparentemente pacata. In realtà è il mantra tossico della legittimazione dell’ingiustizia. Nessuno ti obbliga. Ma allora chi obbliga Cracco ad aprire lì? Chi decide che una cena debba costare 350 euro? Chi costruisce l’idea che esistano ristoranti da foto e ristoranti da sussidio? Chi ha deciso che l’affitto in Galleria debba essere così alto da trasformare il cibo in un feticcio, il cuoco in un sacerdote, e il cliente in un iniziato?

Dire “nessuno ti obbliga ad andarci” è come dire “nessuno ti obbliga a essere povero”. È l’apice del pensiero neoliberista travestito da buon senso. Ma Milano non è una città neutra. È un campo di forze. Qui i prezzi non sono mai solo prezzi: sono segnali, sono soglie, divisione per caste, più che per classi. Quando tutto diventa lusso, chi non può permetterselo è automaticamente fuori dal consorzio umano, relegato alla periferia dell’immagine, del desiderio, della cittadinanza.

“Ma l’affitto in Galleria costa tantissimo”.

Questa è l’altra replica standard. Ma di nuovo: chi lo ha deciso? Come si costruisce un valore immobiliare? Attraverso scelte politiche, dinamiche di speculazione, marketing urbano. Non esiste un “costo oggettivo” del lusso. Esiste una volontà di trasformare ogni cosa, anche il pane, in oggetto di differenziazione. Non si paga la materia prima, ma il diritto a sentirsi migliori degli altri. E se l’affitto in Galleria è così alto, è perché abbiamo accettato che esista un mercato che premia l’esclusione. Perché non ci scandalizza il fatto che un affitto mensile in centro valga quanto il bilancio annuale di una famiglia con figli?

Secondo l’ISTAT, nel 2024, il 23,1% della popolazione italiana è a rischio di povertà o esclusione sociale. Parliamo di 13 milioni e mezzo di persone. Di questi, oltre 1,2 milioni sono minori. In Lombardia, una delle regioni più ricche d’Europa, la povertà assoluta è aumentata del 3,4% in un solo anno. E a Milano, città-laboratorio del capitalismo estetico, le richieste d’aiuto alla Caritas sono esplose. Famiglie italiane, monogenitori, lavoratori con contratto: non si parla più di “ultimi”, ma di “prossimi”. Di noi.

Eppure si continua a dire che non c’è niente di male nell’aprire un ristorante per ricchi. Che il lusso è solo una forma di libertà. Ma in realtà, il lusso in un contesto di povertà diffusa non è mai innocuo. È una provocazione sistemica. È uno schiaffo. È l’ostentazione della differenza come valore, è la legittimazione estetica della diseguaglianza. È lo stesso meccanismo per cui il panettone di Iginio Massari può costare 120 euro. “Se non puoi permettertelo, compralo all’Eurospin”. Cioè: sparisci dal mio campo visivo. Sii povero, ma con discrezione. In una città che affama chi ci vive, che senso ha parlare di sicurezza? I telegiornali ci mostrano risse in Stazione Centrale, furti nei Navigli, ragazze molestate in pieno centro. Eppure nessuno sembra notare il nesso tra precarietà e violenza. Come può essere sicura una città che sacrifica l’equilibrio per l’immagine, l’inclusione per la rendita? Non serve repressione. Serve equità. Serve riconoscere che il lusso non è una categoria neutra, ma un principio di esclusione. E che criticare Cracco non è invidia, ma decenza.

Perché Cracco non è Cracco. È un simbolo. È l’epifania gastronomica di una società schizofrenica, dove un bambino fa la fila alla Caritas mentre, due isolati più in là, una coppia paga 700 euro per una cena esperienziale a base di “concettualità del piccione”. Non è più questione di gusti. È questione di gusto, e il gusto è un fatto politico. E se qualcuno si incazza, somiglia più alle lotte per il pane durante la prima rivoluzione industriale che una critica alla società dei consumi. Dire che tutto è relativo è la bugia che ci raccontiamo per non scegliere. Ma i simboli non sono neutri. Il lusso è una scelta di campo. Io, da milanese, scelgo di non andarci. Non perché non possa (con qualche sacrificio ce la farebbero in molti, ma a che prezzo nella dignità), ma perché mi fa schifo l’idea di mangiare sotto una teca mentre qualcuno fuori aspetta una coperta. E se questo è divisivo, allora che lo sia.