C’è chi continua a parlare di speranza come se fosse una scelta. Come se fosse un dovere etico, una postura politica, una strategia narrativa. Ma chi ha vent’anni oggi non ha nessun motivo per credere nelle nostre parole. Noi, che abbiamo svuotato i loro orizzonti, non possiamo pretendere che li riempiano con i nostri sogni stanchi. Non possiamo consegnargli la bandiera della salvezza quando gli abbiamo lasciato solo macerie. La guerra non è più una parentesi. È la temperatura normale delle cose. L’aria è satura di conflitti opachi, di economie del disastro, di cinismi che si spacciano per pragmatismo. Lo stato di diritto è diventato un pretesto tecnico per l’amministrazione dell’eccezione. Le leggi non proteggono più i deboli, ma rassicurano i forti. L’equilibrio ambientale è ormai un ricordo biologico, mentre la sanità pubblica si spegne lentamente come una vecchia lampada.
Ma c’è una cosa più grave: la mente collettiva ha smesso di immaginare. La depressione non è solo clinica, è epistemica. Non si tratta più di stare male, ma di non riuscire a vedere. L’accelerazione cognitiva, il bombardamento neurale quotidiano, hanno reso vecchi i giovani prima ancora che imparassero a vivere. Hanno bruciato ogni possibilità di freschezza, di ingenuità, di sorpresa. Non c’è mente di principiante, solo ansia da prestazione e logiche di algoritmo. Eppure, proprio in questo paesaggio di fine, può iniziare un vero cambio di paradigma. Ma non sarà un cambio annunciato, democratico, progressista. Non sarà nostro. Sarà silenzioso, inaccessibile, forse anche radicalmente inumano. Come diceva Kuhn, i paradigmi cambiano quando cambia la generazione che li sostiene. Non per ragionamento, ma per obsolescenza. Il paradigma della politica rappresentativa, dell’attivismo militante, della rivendicazione collettiva, non è più condiviso da chi nasce oggi. Non perché siano pigri, ma perché hanno visto che non funziona. Hanno visto che chi protesta viene zittito, chi vota viene ignorato, chi spera viene ridicolizzato.
E allora forse il gesto radicale non sarà l’organizzazione, ma la ritrazione. Non sarà lo sciopero, ma il silenzio. Non sarà l’insurrezione, ma il rifiuto. Una generazione potrebbe decidere di non generare. Di non alimentare più la macchina. Di non crederci più. È questo il vero shock: un’umanità che non chiede più di essere salvata. Che non vuole più essere rappresentata. Che non cerca soluzioni, ma uscite.