Descrivere l’arte che Silvia Pepe impersona è una storia senza confini perché questa affascinante figura femminile oltre ad essere un soprano di grande talento è un turbine che trascende ogni livello creativo di elevato livello . Questa volta ci presenta una silloge in fieri composta unitamente al poeta Carlo Findi.
Qui cade la falda d’argento.
Dimentica
l’ipnosi del corpo.
Nel greto
una pietra liquida
passa fumando incenso
con la faccia
dello specchio.
Aspettiamo
con le ginocchia accese.
Sei vicino
e di un altro secolo,
stagione inesistente
che mi tiene.
Mi chiedi
con un tempo
che non ci appartiene:
“Perché siamo qui?”
Perché l’acqua ci siede addosso
e ci veste di peso,
per svegliare—non nostro—
l’invisibile diletto
dal rumore
di matrice.
Poi un miracolo,
grembo titanico
ci apprende
nel cemento dell’oggetto.
Ora il fiume ci attraversa
stendendo di seta un’ammenda.
E proprio davanti alla nostra rovina
ripiomba, più aperta, bestiale,
la luce irragionevole del mondo.