Antropologia del Viaggiare

SIAMO TROPPI? O SIAMO SEMPLICEMENTE STIPATI MALE? PER UN’ANTROPOLOGIA DEL VIAGGIARE CONTEMPORANEO.

Appunti sparsi di Lavinia Marchetti

Ci muoviamo. Ci si spostiamo. In continuazione. Lavoro, viaggi, per chi può vacanze, per chi non può il “giretto” più economico.

Ma a che prezzo antropologico, prima ancora che economico? Il trasporto di massa è diventato il teatro isterico di una coreografia obbligatoria, una disciplina quotidiana del corpo in eccesso, dove si addestrano i cittadini alla tolleranza della claustrofobia e alla resa estetica. Una obbedienza perversa della compressione, in cui il corpo sociale viene addestrato non a viaggiare ma a sopportare: la ressa, la fila, l’aria stantia, la disattivazione sensoriale programmata. I corpi, gli spazi, i desideri, tutto ridotto a un minimalismo dell’accettazione di spostamenti replicati, deprivati di qualunque eccedenza poetica o sovversione gestuale. La mobilità, che un tempo evocava l’idea di libertà, oggi assomiglia più a una coreografia forzata dell’ammassamento.

Da bambina, ricordo gli Intercity con scompartimenti da sei: ampie poltrone rivestite in velluto, tendine scolorite dal sole, piccoli specchi ovali sopra i sedili. Lo spazio permetteva di incrociare gli sguardi, di attaccare discorsi, di leggere, persino di dormire con compostezza. Non era solo una forma del viaggiare: era una cultura dello stare assieme, della prossimità non aggressiva (quasi sempre), c’era un’idea dietro quella progettazione, tra la prima e la seconda classe le differenze erano minime. Oggi, quella possibilità di intimità intermittente tra sconosciuti si è persa, schiacciata dall’algoritmo della massimizzazione del posto, ci odiamo, speriamo che il sedile vuoto accanto a noi resti vuoto, altrimenti si sta a disagio. E diventa umiliante anche solo alzarsi per andare in bagno, chiedere il permesso per uscire dal proprio posto, piegare le spalle per non sfiorare corpi estranei. Chi ha un corpo più largo della media viene vissuto come una minaccia alla geometria fittizia dello spazio assegnato: l’ingombro diventa colpa, la carne eccedente un errore di progettazione. È una logica sadomasochistica della vergogna quotidiana, che ti insegna a scusarti per il semplice fatto di occupare spazio. Il vagone contemporaneo è o il seggiolino in aereo è una capsula che disabilita ogni socialità non funzionale. È il sintomo evidente di una società che ha barattato il diritto allo spostamento con l’umiliazione ergonomica.

Viaggio spesso, come tanti. E mi ritrovo ogni volta ad attraversare stazioni concepite non per accogliere, ma per espellere. Le panchine sono scomparse come un lusso inadatto alla povertà visibile. E nelle stazioni più moderne, come negli aeroporti, si entra solo se si ha un biglietto valido: un codice a barre come lasciapassare antropologico. Nessun passaggio senza controllo. Così si impedisce a chiunque non sia passeggero di accedere: non si può mendicare, non si può vendere un panino fatto in casa, una bottiglietta d’acqua. Nessun gesto imprevisto, nessuna economia laterale, nessuna fragilità visibile. La stazione diventa così una zona militarizzata dell’apparenza, un non-luogo ripulito dalla vita eccedente. Il corpo, in attesa, non ha più diritto alla sosta. Non si tratta solo di “decoro urbano”: è il riflesso di un ordine morale che preferisce la veglia coatta all’abbandono. In nome della deterrenza verso i poveri, si puniscono tutti e la povertà stessa. Del resto, come ha osservato lo storico del paesaggio urbano Christophe Girot, la progressiva eliminazione delle panchine è il segno tangibile di una politica dell’esclusione, della retorica del “passaggio” contro ogni idea di “sosta”. Una città senza sedute è una città dove non si contempla il diritto alla lentezza, all’attesa, alla contemplazione non finalizzata.

Nel frattempo, si celebra il trionfo della “democratizzazione” del viaggio: più tratte, più offerte, più accessibilità. Ma dietro questa promessa si cela un paradosso crudele: riducendo il costo si riduce anche lo spazio vitale. Sedili sempre più stretti, finestrini sigillati, condizionatori che trasformano le carrozze in celle termiche. Un’ergonomia da lager gentile. E poi, come in ogni parabola capitalistica che si rispetti, mentre si compattano i molti, si allargano i pochi. Tre carrozze larghissime per la nuova aristocrazia chiamata business (ché “prima classe” suonava ormai troppo feudale), e il resto, vagoni bestiame del ventunesimo secolo. Qui non è solo questione di comfort. È qui che l’ideologia si fa architettura, che la cultura del privilegio si disegna in pianta. L’aria, la luce, i centimetri: distribuiti con la stessa logica con cui si assegnano i diritti. C’è chi ha respiro, chi ha luce naturale, chi ha distanza; e chi impara a contenerli. Non è una metafora, è anatomia del potere. Lo spazio, come la parola, si concede o si nega. E il corpo lo sa. Lo sa nel modo in cui si accartoccia, nel modo in cui si scusa per passare. Nessuno lo dice, ma chi progetta questi ambienti ha in mente un umano standard, snello, silenzioso, senza bisogno di sbagliare postura o occupare troppo. Tutto il resto, i corpi che eccedono, che odorano, che si muovono male, è vissuto come disturbo, rumore, intralcio.Lo sanno bene architetti e urbanisti radicali: la forma di un sedile, la sua distanza da quello accanto, l’altezza della pensilina o l’assenza di un punto d’appoggio dicono molto più della nostra epoca di quanto non facciano i manifesti pubblicitari. Come ci ha insegnato Marc Augé, il non-luogo contemporaneo è per definizione uno spazio senza radicamento, senza memoria, senza relazione: la stazione, il vagone, l’aeroporto sono emblemi di questa condizione fluttuante dove si diventa soltanto passeggeri, mai abitanti. Ma è proprio in questa disabitabilità che si gioca la retorica della funzionalità totale, della mobilità come obbligo. E allora, la domanda non è “perché funziona così?”, ma “chi l’ha voluto così?” Non siamo in presenza di limiti tecnici, ma di scelte ideologiche. Costruire un treno senza classi, dotato di spazi comodi, posti a sedere per chi attende, vagoni pensati non per l’efficienza ma per la dignità… sarebbe forse osceno? O semplicemente rivoluzionario? Ma in questa fase del capitalismo avanzato, progettare il benessere collettivo non è più un compito dell’ingegnere o del designer, bensì del dogma. E il dogma è chiaro: l’uomo in piedi è più produttivo, più docile, più isolato. Solo ai ricchi è concesso il salottino, il compartimento ovattato della business class, con poltrone distanziate e separé eleganti che li isolano dalla feccia indistinta. Serviti da personale remissivo, riveriti con carrellini come in un rituale di deferenza postmoderna, al ricco si concede uno spazio triplo, mentre al povero ne resta un terzo. Ma il punto non è il guadagno: la ripartizione dello spazio potrebbe benissimo essere equa, senza ridurre il profitto complessivo. È che alle compagnie non basta il guadagno: vogliono che chi paga di più venga riconosciuto come superiore, come diverso, come intoccabile. Non è economia, è classismo. Architettura dell’umiliazione, coreografia della distanza sociale sancita a colpi di centimetri e velluti imbottiti .In fondo, il treno non è che un laboratorio mobile di socializzazione forzata, dove si impara, giorno dopo giorno, che c’è chi siede largo e chi si stringe, e che questa è la normalità. Forse basterebbe un’altra immaginazione spaziale, non ideologica, ma egalitaria. Una che parta dal corpo, e non dal ceto sociale.