Accadeva spesso, un tempo, che gli adulti chiedessero ai ragazzi e agli adolescenti “ite arte ti piaghede a faghere”. Letteralmente tradotto sarebbe ” quale arte ti piacerebbe  fare”. Il termine “arte” non era ovviamente rivolto a quella che oggi noi definiamo “espressione artistica” come la pittura ola scultura oppure il bel canto o recitare o scrivere poesia ed altro ancora, ma si intendeva quale attività lavorativa si desiderava svolgere nella propria vita. Ma non solo, si intendeva anche “quale è la tua passione ed il tuo desiderio e quale intendimento per realizzare la pienezza della tua vita. E se non si dava risalto ad espressioni artistiche come quelle appena richiamate non era perchè non meritevoli di attenzione o ancor più perchè mancassero tali abilità o dono di natura nel popolo, ma semplicemente perchè le “arti” o mestieri si praticavano con tale abilità, dedizione e spirito creativo, che il valore artistico come comunemente inteso era intrinseco ad ogni opera che veniva realizzata. Le cose semplici e di uso comune come il basto per il bestiame ed il giogo per i buoi realizzato dai maestri d’ascia e compiuto nella sua funzionalità erano “opera de arte”, le forme in legno ricavate dal pero selvatico (aiscoso) utilizzati per la produzione di formaggio e ricotta avevano dei disegni-ricami al loro interno che poi rimaneva impresso nel formaggio stesso, oppure la pasta filata del formaggio (pira de casu o casizolu) veniva realizzata in una forma che era riconoscibile a quel produttore. Gli artigiani tutti, i fabbri (frailazu), i calzolai (cazzolagiu), i sarti (trapperisi), i maestri muratori (mastru fraigamuru), ed ancor di più il lavoro delle donne con i ricami del pane, al telaio tessevano con accurati ricami le coperte, le bisacce, i tappeti per uso domestico e persino con la seta ricamavano i costumi tradizionali con tale maestria che nulla avevano da invidiare ad altre forme espressive che la cultura dominante riteneva di più valore.Ma la cosa più importante era ed è che mentre l’artista della cultura dominante doveva trovare chi promuovesse le proprie opere innescando un mercantilismo speculativo dei mercenari dell’anima, mentre l’arte popolare in tutte le sue forme era funzionale alla vita quotidiana e quindi era bella e utile allo stesso tempo. Ovviamente nel popolo tutti praticavano un’arte o mestiere, lo eseguivano e ne godevano. Svolgere il proprio lavoro con abilità e maestria, significa essere MASTRU cioè MAESTRO. Mentre il termine “artista” è divisivo se si dà per ovvio che quella capacità espressiva propriamente detta non può essere comunicata, acquisita e trasmessa agli altri. Avere giovani o ragazzi “a bottega” quale orgoglio per un MAESTRO o MASTRU. Credo che Giancarlo abbia interpretato pienamente questo sentire dando come titolo a questo manipolo